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OGNI 15 DEL MESE RUBRICA
A Cura Di P. Serafino Tognetti, Comunità Dei Figli Di Dio

Adorazione Eucaristica (13°)

tratto dal libro “Adorazione” di p Serafino Tognetti

continua…

L’attività dei due regni

Abbiamo allora due regni, che costituiscono la realtà nella quale ci muoviamo ed esistiamo: due regni e due re. Un terzo regno, una terza via non c’è. Sarebbe bello, ma non esiste. In generale noi non vogliamo essere del demonio, ma nemmeno totalmente di Dio. Vorremmo una zona centrale dove si possa andare ogni tanto, in cui non esista possesso né del diavolo, né di Dio. Se ci fosse questo luogo neutro, ve lo direi, ma ho cercato nella Sacra Scrittura e la zona franca non l’ho mai trovata. Gesù è chiaro: “Chi non è con me, è contro di me…” (Mt 12,30) e “Non si possono servire due padroni” (Lc 16,13).

Questi regni, abbiamo detto, sono dirimpettai e perennemente in lotta l’uno contro l’altro. Sono organizzazioni armate, aggressive. Non si guardano, come una città che guarda l’altra da una collina all’altra, ma tendono a dominare l’uno sull’altro, desiderano l’eliminazione del nemico. In altri termini, sono sempre in guerra. “Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20) dice

Gesù. Che Dio voglia distruggere non lo dico io, ma la prima lettera di san Giovanni: “Gesù è venuto per distruggere le opere di Satana” (1Gv 3,8). Dio è dunque distruttivo, anche se pronunciare questa affermazione non mi procura simpatie; pare infatti che oggi debba prevalere l’idea del Dio sempre buono, bonario… Ebbene, leggete la Sacra Scrittura: Dio è venuto per distruggere le opere di Satana, s’è detto. D’altro canto Satana non è remissivo o addormentato sugli allori: san Pietro dà l’immagine di lui come quella di un leone ruggente che va in giro cercando chi divorare. Il leone è il re della foresta, il predatore aggressivo che incute timore. Vi siete mai imbattuti in un leone vero? Non parlo di quelli che potete vedere allo zoo o raccontati nelle barzellette. Quando ci capita di essere per qualche tempo nella nostra casa in Africa, in Benin vicino al confine col Burkina Faso, i missionari del luogo ci raccomandano sempre di non andare troppo lontano a piedi in solitudine perché nella zona di confine, chiamata Atakorà, ci sono i leoni. Dicono che il ruggito del leone libero – non quello “rimbolsito” dello zoo – sia qualcosa di terrificante. Non è il miagolio di un gatto, ma fa ghiacciare il sangue nelle vene. Bene, se Satana è il leone, questo ruggito l’avete mai sentito? Se l’aveste sentito, chiamereste subito in azione nostro Signore gridando: “O Dio, vieni a distruggere le opere di Satana!”.

“Gesù passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38). Dunque vi erano persone che giacevano sotto il potere del diavolo, soggiogate dalla sua potenza. E la sua prima opera di Gesù fu quella di scacciare. Egli dice la stessa cosa quando per la prima volta manda i discepoli ad evangelizzare: “Guarite i malati, predicate la buona novella, scacciate i demoni” (Cfr. Mt 10). Nel regno di Dio non ci dev’essere il demonio, questo è chiaro. Allora scacciatelo! È l’annuncio del regno di Dio. Quando il demonio viene cacciato, il regno di Dio s’impone. Io direi, con il Signore, che questa in effetti è la prima cosa da fare. Prima di andare ad abitare in una casa che era di un altro inquilino, vado e do una bella pulita generale.

 

La battaglia spirituale

Questa lotta terribile tra Dio e il maligno ha già una sua conclusione: sappiamo infatti come andrà a finire. La distruzione del regno di Satana è avvenuta con la morte di croce di Gesù, con il sacrificio del Signore e la sua resurrezione.

“La morte è stata ingoiata per la vittoria” (1Cor 15,54), dice con un’immagine assai viva san Paolo. Gesù ha vinto il potere di Satana e chi è in Cristo non è più toccato dal potere del maligno. Dice la lettera agli Ebrei: “Perciò, poiché riceviamo un’eredità, un regno incrollabile, conserviamo questa grazia” (Eb 12,28). Noi siamo in un regno incrollabile. Il demonio continuerà ad attaccare, perché il combattimento continuerà fino alla fine del mondo, ma nella “rocca” della vittoria del Cristo, non siamo noi a combattere per respingerlo: è il Signore che combatte in noi. Noi sentiamo i colpi, i ruggiti, ma al tempo stesso siamo sicuri della vittoria, perché siamo in Cristo.

“Allora il drago s’infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio” (Ap 12,17). Noi dobbiamo solo riconoscere che questa guerra è tuttora in atto, che il demonio è a ridosso delle nostre anime perché ci odia. Sì, dobbiamo saperlo: ci odia fortemente, uno per uno. E più siamo vicini a Cristo, più ci odia. E più mi metto qui in ginocchio davanti al Signore, più mi odia. Dovreste essere molto felici di questo, perché quest’odio è il segno più autentico della presenza di Cristo in voi e della realtà che vivete. Non siete nella zona franca centrale, ma siete di Cristo. Lo dice anche san Paolo: “La nostra lotta non è contro le creature fatte di carne o di sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12).

 

Il peccato “che abita in me”

L’antagonismo tra regno di Dio e mondo è tema classico della vita monastica. I monaci nel deserto, infatti, hanno avuto, nella lotta contro il demonio, una delle loro attività principali.

Scrive Divo Barsotti a proposito della vita monastica: La più alta testimonianza di Dio che si può dare è una vita che ci faccia estranei alla terra. Non una santità che sia come il fiore delle virtù terrestri (…), ma l’apparizione di Colui che è assolutamente Altro. Solo la povertà, la mortificazione, l’umiltà, il silenzio rendono testimonianza di Dio. (…) Una vita religiosa concepita come perfetto umanesimo, come equilibrio perfetto nella comunità sarebbe un controsenso e opererebbe la morte[1]. Forse per questo versetto non l’hanno fatto vescovo. Un perfetto umanesimo che si realizza nella vita religiosa opera la morte. Noi dobbiamo essere uomini dell’altro mondo – continua Barsotti – testimoni dell’invisibile. O siamo questo, o non siamo nulla”[2]. Ecco perché il monachesimo non è capito. Perché siamo uomini dell’altro mondo. Certo, sono dell’altro mondo, sono il segno indicatore per tutti della vita eterna, il richiamo dell’esistenza di Dio. Il compito del monaco è proprio quello di combattere contro le potenze del male, attraverso la sua preghiera e la sua adorazione.

San Paolo descrive questa lotta scrivendo ai Romani: c’è in lui una forza che lo spinge verso il male, “Vedo il bene e faccio il male” (cfr. Rm 7). Mi sono sempre chiesto: ma perché vedo il bene e faccio il male? Dovrei dire: siccome vedo il bene, faccio il bene. Il bene lo vedo perfettamente; so che cosa devo fare, nelle varie circostanze della vita, in genere non ho dubbi. Quando sono posto di fronte ad una scelta tra il bene e il male, so quello che dovrei fare. Ma se vedo il bene e faccio il male, allora c’è qualcosa che non torna. Mi sento tirare da una potenza che mi spinge verso il basso, vi è in me una forza irresistibile che mi supplica di disobbedire a Dio per essere felice. Siccome il corpo e lo spirito sono collegati, la seduzione indebolisce la mia volontà, mi convince che non c’è nulla di male e alla fine commetto il peccato. “Sappiamo che la legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio. Infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se io faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona, quindi non sono io a farlo, ma il peccato che abita in me” (Rm 7,14-20).

 

Il modo per sganciarsi dal peccato

Come liberarsi da questo peccato che abita in me?

Suggerisco tre modalità e atteggiamenti.

La prima via per combattere la potenza del peccato che è in me sta semplicemente nel conoscere il male e nel sapere di avere un nemico potente. Si temono le malattie del corpo, ma non quelle spirituali, non si teme il peccato, ci si scherza su: “Ma sì – diciamo – ho fatto un peccatuccio, cosa vuoi che sia?”. Già quando si dice “peccatuccio” si diminuisce la portata del peccato e delle sue conseguenze. Non fa paura ciò che deriva dal peccato, non è sentito come una realtà rovinosa, e questo significa che non riconosciamo il vero nemico. Anzi, si sente dire: “Noi non abbiamo nemici”. Sciocchezza immane! Certo che li abbiamo. Mi piacerebbe rinchiudere chi dice questa stupidaggine in una gabbia di leoni affamati. Non abbiamo detto che il demonio è un leone ruggente? La prima cosa dunque è riconoscere che c’è il demonio fuori e il peccato dentro di me che mi trascina verso il basso.

Se non riconosco il corpo del peccato in me, tendo a proiettare il peccato all’esterno, sulle strutture, sul prossimo, sullo Stato, sul maltempo. Uno viene a confessarsi: “Padre, ho detto una parolaccia, ma è colpa di mia suocera”. “Come è colpa della suocera?”. “Mi ha fatto arrabbiare”. “Allora chiami la suocera che venga qui a confessarsi”. “No, ma la parolaccia l’ho detta io”. “Appunto, ma non ti posso dare l’assoluzione, perché la colpa è di un’altra persona”. “No, no padre, mi dia l’assoluzione”. “Non te posso dare perché tu ti sei già auto-assolto; hai dato la colpa alla suocera, per cui non hai più colpa”. “No, padre, via, mi dia l’assoluzione!”. “Bene; solo se tu dici: ho detto una parolaccia, l’ho detta io, sono pentito, non la dirò più, allora posso darti l’assoluzione”.

Capisco padre Pio, che cacciava dal confessionale chi non era pentito, chi minimizzava, chi dava la colpa ad altre situazioni. Se non avete il senso di aver sbagliato, al massimo potete avere dei rimorsi, ma il rammarico non è il peccato. Cristo è morto per i nostri peccati, non per i nostri rimorsi; quindi bisogna riconoscerlo dottrinalmente ed esistenzialmente. Dottrinalmente il peccato è la mia rovina, esistenzialmente il peccato lo trovo misteriosamente dentro di me anche se voglio essere in grazia di Dio.

 

 

[1] A. Colzi, Una Comunità e il suo…, cit., pp. 124-125.

[2] Ivi, p. 125.